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Horyzon, Capital City – 2516

Chi piange lacrime di coccodrillo è colui il quale commette una cattiva azione di proposito e poi finge di pentirsene. 

Sembra infatti che i coccodrilli lacrimino dopo aver ucciso e mangiato le loro prede: pare che ciò avvenga solo quando questi grossi predatori si cibano di prede umane, oppure quando le femmine divorano i propri piccoli. 

Passi la serata stordita d’alcool, stordita della vodka Korolevita al sapore di ipocrisia che stai piangendo, che stai vomitando, che stai anche semplicemente sudando via. Quanto ci vorrà a ripulirti questo nemmeno lo sai, continui a bere dal bicchiere che Volkov ti allunga, per ora sei calma, lo guardi e fai la dura, gli prometti la luna e fai la dura, sei precisamente quaranta fottuti chilogrammi in meno di lui e fai la dura, quando potrebbe spezzarti con una mano, piegandoti come un servo braccio fa con una barra d’acciaio. Ma tu non sei acciaio, non sei nemmeno un qualche tipo di metallo più debole, tu sei polvere Melanie Bishop, sei nata polvere e morirai polvere.

Ami qualcuno e gli fai male, più male possibile, perché ha fatto l’errore di non guardare oltre lo strato di cera… E quando quel qualcuno è fortunato: Lo uccidi.

Hai fatto così anche con Lee? Come con Savannah no? Hai subdorato il tradimento e non ci hai pensato due volte, ne eri davvero sicura? Chi può dirlo adesso.

A quante persone hai mentito, Melanie Bishop, di quante non ti sei curata e peggio, quante ti hanno provocato qualcosa in petto, qualcosa di sincero, che hai rifiutato e ricambiato con l’inganno, con le nevrosi e le notti insonni, con la fuga continua da te stessa, dagli altri e dal mondo che ti circonda.

Ce la fai ancora a guardarti allo specchio dopo anni, anni di questa merda?

Ma perché hai dato le informazioni al negro beh, quello lo sappiamo entrambi no? Non era certo per il suo corpo, né tanto meno per il suo cuore, sempre ammesso ne abbia uno, cosa di cui dubiti fortemente anche tu. E allora perché?

I’ve gone mad, again. It’s just about me and the Jealousy of  her cheek, of her smile

[…]

Occhi rivolti verso il nulla, guardare l’alba ancora pallida da Horyzon fa quasi male come guardarla da Victory, lo stesso dolore in petto, bruciante, la stessa costrizione e la stessa sensazione di debolezza, di inferiorità rispetto al cielo, rispetto al sole. Forse è per questo che abbassa il capo, scivolando nell’oblio della penombra di una sottile scala a pioli rivolta verso il basso e che conduce chissà dove. Viene accolta dall’odore del disinfettante della piccola serra di un pied a terre sotto suolo, nascosto a sguardi indiscreti, l’agro sentore dell’ammoniaca insieme al profumo dei fiori, il sapore che la terra bagnata fa rimanere sulla lingua l’invade, respira l’aria umida del giardino artificiale racchiuso fra quelle quattro mura di plexiglas e stecche di ferro smaltate di bianco. Nessun suono, nessun rumore di passi in arrivo, non c’è nessun altro lì, nessuno che respiri a parte lei e le piante.

Un tremore persistente, violento, attanaglia le mani ossute. Si costringe a non desistere, si ferma i polsi con le dita stringendo i polsi in una morsa dolorosa, obbligata. Solleva il braccio sicura a tenere sempre in vista le cesoie, taglia un bocciolo di rosa cresciuto troppo, lo fa quasi in maniera simbolica, prima di ripulire con un panno zuppo d’acqua i bordi d’acciaio delle grosse forbici da giardinaggio.

Le palpebre cerchiate dalle occhiaie, la sclera illuminata dalle lacrime scintilla sotto le iridi scure, ciglia che grondano ancora e vengono ripulite piano, col dorso della mano, la pelle del viso afflitta dal rossore della solita notte passata a non dormire. Per l’ennesima volta, senza riposo, per l’ennesima volta, una mancanza di sonno più che meritata. Come sempre del resto. Lo sguardo fisso in avanti, respiro irregolare tenuto a freno dalla quantità considerevole di pasticche che ha mandato giù, lo stomaco in subbuglio, le viscere che si contorcono in una danza violenta, senza senso, guizzano come l’acqua di una fonte subito sotto il ventre sterile.

L’incertezza sembra dovuta non tanto al timore che un dolore imminente  provoca, come reazione spontanea, ad un corpo umano. No, quel lungo momento d’insicurezza è dovuto al senso di colpa che comprime le ossa del torace.

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Da piano superiore sente un tonfo, forse una porta che si chiude e, allarmata come un piccolo roditore, volta il capo verso l’alto interrompendo il contatto visivo con la punta grigia che faceva da perno centrale di ogni suo pensiero. La fretta è cattiva consigliera, ma non c’è più tempo per pensare. Da un ultimo sguardo alla foto sul tavolo, ingiallita dal tempo, posta sotto una nota appuntata su un pezzo di carta riconducibile al taccuino che conserva gelosamente nella copertina di cuoio conciato.

She can forget, she can forgive. But I can’t.

Parole che si snocciolano fra labbra deboli, molli del pianto mai del tutto frenato che le ha invase cadendo dalle guance.

Fissa ancora una volta la punta, i passi sulle scale si avvicinano, sono le suole pesanti di qualcuno che affretta il proprio movimento, rapido come un grosso felino a caccia. Sa già di chi si tratta, non ha più tempo.

Ed è la forza della disperazione a muoverle l’avambraccio all’improvviso con forza verso di se, in un ultimo disperato tentativo di lasciarsi alle spalle l’odioso senso di afflizione che le copre, come una solida melma, ogni via respiratoria, lasciandola senza fiato, senza un domani al quale guardare. Non vuole più guardare avanti.

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Urla.

Un urlo di dolore straziante e al contempo grido di liberazione, mentre l’umore vitreo schizza via dall’incavo dell’occhio, il bulbo schiacciato si comprime a causa del colpo di taglio, lacerandosi in un gorgoglio di sangue che spruzza il viso di un liquido vermiglio. Prima uno, poi l’altro, subito e in rapida successione, il calore che scivola sulla pelle sporcandola di un rosso intenso, grumoso e impuro.

Un altro urlo, questa volta di rabbia però, giunge dal fondo delle scale, mentre un paio di mani forti l’afferrano per le spalle, poi le braccia ed infine le mani, tentando di porre rimedio all’irreparabile, allontanando con forza le forbici dal viso della donna, vittima di se stessa. Le ginocchia si fanno molli come burro, schiena che si incurva leggermente scivola verso terra, le dita si aprono per lasciare andare le cesoie a causa della pressione delle mani forti, color bronzo e piene di calli, di chi ora preme il suo petto contro di lei per sollevarla, cingerla e tenerla sospesa dal suolo, prima che perda conoscenza.

Why, why stupid liar, why why WHY’?!

Voce scura che rimbomba nelle mura del seminterrato, colma di sofferenza e dell’ira più folle che un uomo possa conoscere, l’ultima cosa che ricorderà.

 

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Maracay, Somewhere in Las Cruces – 2508

Perché corri tanto? La vita è qua; tutte le risposte sono già in te.

Tu Sei per te stessa il più grande dei misteri e il Principio di tutte le soluzioni.

Il sole caldo di Polaris fa bollire impietoso il suolo di Maracay come fosse un’aragosta in una pentola, se si tende l’orecchio alle rocce nude alle volte, le si può sentire urlare sfrigolando sotto il peso di quella luminosità aggressiva persino nel tardo pomeriggio, anche molto tempo dopo le ore di maggiore intensità.

Mentre il suono del registratore continua a riavvolgersi su se stesso a scatti regolari e monotoni, replicando a ripetizione quelle due singole frasi, Patricia Fell si accarezza la fronte col dorso della mano tergendo il sudore, cerca refrigerio per qualche istante nel proprio incedere, fermandosi all’ombra di un albero secco pieno di rami lunghi e contorti come le dita di un pianista ottuagenario. Le suole degli stivali, consumate dal calore e mangiate dalla polvere di Las Cruces si incollano agli ultimi tratti d’asfalto, che separano la civiltà dal nulla senza fine presentatosi all’improvviso di fronte agli occhi dei viaggiatori intrepidi che ne raggiungono quel limite ultimo.

Avanza senza meta, ma in fondo, con la distesa di sabbia e rocce irte di cespugli spinosi sparsi qua e là come unica compagnia, è difficile che esista un punto d’arrivo.

Manca ancora qualche ora al tramonto… Non credo di farcela.

Parla da sola con voce roca rivolgendo il viso schiaffeggiato dall’afa verso il cielo, l’incedere è costante sfiancato dalla calura, ma sopratutto dalla stanchezza dei muscoli provati da troppe, davvero troppe ore di cammino continuo lungo lo stesso selciato mai battuto da altro piede fino a quel momento, probabile che nemmeno lei sappia dove si trova in quel preciso istante, ancor più facile che stia semplicemente vagando alla ricerca di un buon giaciglio dove abbandonarsi fra le pietre e l’erba secca, spirando silenziosa e docile all’ombra della cresta ruvida dei canyon. Scrolla la borraccia dell’acqua a mezz’aria, lo fa a malincuore, da questa esce soltanto un ultima goccia che va a bagnarle la punta della lingua, protesa in avanti avidamente, speranzosa, illusa e subito dopo affranta nel rientrare a picchiare sui denti.

Trova una nicchia di pietre, al riparo sotto un masso – di proporzioni considerevoli – levigato dal tempo, a ridosso di altre composizioni rocciose naturali, che sembrano quasi piazzate ad arte per scavarvi una sorta di tana, un buco sotto il quale nascondere il viso al mondo, non più solo con le mani, ma con la solida forza della natura stessa. Ci sono dei fiori fra il pietrisco, piccoli boccioli arancioni e gialli, appena sbocciati, traggono sostentamento dall’umidità che con le radici profonde cavano dalla terra arsa. Profumano in maniera diabolicamente dolce, il loro colore appare alla donna abbagliante quanto la luce del giorno.

Si. E’ un buon posto per morire.

La voce si spegne pian piano, sottile, persa nel rimbombo leggero causato dalla solitudine più totale e nel vento che soffia sempre più forte, ad una temperatura tanto elevata da togliere il fiato anche più in fretta della corsa più faticosa, così duro che scrosta via la sabbia dalla pelle asciugata, agonizzante, privata di ogni delicatezza.

Prima di lasciarsi andare ha un inaspettato slancio di forza, per raccogliere uno dei fiori dal muro, scava a lungo con le unghie corte e spaccate, siede sulla roccia e scava ancora, la terra che si ammucchia, stranamente umida, sotto le dita, iniziano a sanguinarle le mani perché le pietre sono appuntite, ma il terreno è così fragile e cedevole, così morbido che l’invita a proseguire, fino a quando egoisticamente non ha finito di strappare la vita a quella pianta, estirpandolo con tutte le radici dal suo nascondiglio.

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Prendersela con un fiore, meschina fino alla fine eh?

Un ultimo sibilo dalle labbra screpolate, spaccate letteralmente in decine di tagli incendiati dalla saliva, prima che queste si dischiudano lente in un sorriso debole.

Con calma posa la pianticella inerme e tutto la sua energica, la sua terra e la sua linfa cavata via, sopra un altro spuntone piatto, osservando come, già dopo pochi minuti, lo stelo inizi ad appassire, afflosciandosi da un lato senza la forza necessaria per ribellarsi alla mancanza di nutrimento né al calore impietoso che affligge tutti nel deserto. Si addormenta inconsapevole, guardando quei petali pieni di colore, non più armonici, ma disseccati, come la sua bocca.

Passano le ore, forse sono minuti, forse sono giorni, mesi, anni.

Qualcosa la scrolla per la spalla, il corpo è secco e fragile come un bastone prosciugato d’ogni goccia d’acqua, si muove a scossoni scoordinati nel momento in cui viene sollevato da terra, due braccia forti, muscoli che guizzano ancora energici a differenza dei suoi, stanno facendo leva su quelle quattro ossicina per tirarla su, verso l’alto.

Ti ho mai detto che ti odio?

La voce bassa, profonda, angosciata e ben nota di un uomo dai tratti mediorientali, sprofonda nel subconscio della donna, facendole riaprire gli occhi con un leggero sfarfallio delle ciglia scure.

Si, un sacco di volte.

Tutto si fa confuso, offuscato dal bagliore del tramonto e dal principio della notte che incombe, mentre l’ululato di un coyote risveglia i sensi e scuote i pensieri.

[…]

Pochi minuti dopo, Patricia Fell è in viaggio su un auto, ha la bocca piena d’acqua, la maglia azzurrina impregnata del liquido che ha così avidamente bevuto e che ora, le ridona la vita che ha forzosamente tentato di togliersi di dosso, come un vecchio abito sciupato e indegno di essere portato ancora. C’è silenzio nella vettura, nessuno parla, non uno dei due che si decida ad aprir bocca per mormorare qualcosa, fosse anche solo un “Grazie” o magari uno “Scusami”, niente.

Lei, incurante di aver camminato sul filo del rasoio, a ridosso della morte certa, ora gioca con l’aria facendo scorrere la mano fuori dal finestrino, cercando di raccogliere con le dita le figure che corrono rapide sotto i suoi occhi.

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Ho dovuto inseguirti per, per non so quanto, non so nemmeno come ci sono arrivato qui… A talmente tante miglia di distanza da casa che non riesco a contarle.

Quante volte ancora devo salvarti, prima che tu impari a dare valore alla tua vita, eh Triscia?

Nessuna, Hershel, non imparerò mai. Perché di valore gliene dai soltanto tu.

– Eyes of Chaos –

Pubblicato: 7 maggio 2014 in - Dedicated To... -
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Roanoke, Takoma Springs – 2516

Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell’Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.

[Un foglio di carta ruvida, piegato all’interno di una tasca nascosta nella copertina del Taccuino]

Occhi che rubano l’azzurro tumultuoso dei fiumi in piena, screziato di riflessi pallidi, pioggia che si profila nel riflesso delle acque anche quando queste sono calme.

Capelli che rubano il castano del miele e della corteccia dei pini, profumano di selvatico a tratti, si perdono le nelle onde delle radici nodose del sottobosco.

Pelle che ruba il chiarore delle stelle, mai triste e spenta come le lune, ma bensì più viva, più splendente come gli astri e le nebulose.

Labbra che rubano il candore all’innocenza stessa, rosa antico e acceso al contempo, sordide, complici, intrise delle sfumature stesse dei petali di rosa.

Molti vizi corrisposti da molte virtù.

In fondo sei solo un amabile ed insaziabile ladro di colori, Andres Norun.

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 New London, New Manhattan – 2515

Centinaia di flash simultanei piovono ritmicamente sull’ingresso affollato del “Mirage Resort”, incessanti lampi di luce come durante una tempesta, tutti inquadrano la figura sinuosa di una brunetta la cui semplice camminata da sola è capace di ipnotizzare i giornalisti, intenti ad immortalare il suo passaggio holocam alla mano, mentre questa passo dopo passo avanza con un incedere perfetto, armata di tacchi così alti da sfidare ogni legge della fisica.

Savannah Diaz non è soltanto l’immagine stessa dell’eleganza raffinata made in Core, Savannah è l’incarnazione del sogno Alleato e della rivalsa dell’Outer-Rim, passata dalle strade paludose di Las Rosas ai palcoscenici di New Manhattan grazie al proprio talento artistico oltre che ad una buona dose di fortuna, un paio di cosce forti ed uno sguardo così penetrante che renderebbe giustizia alle leggende sulla Medusa della Terra-che-fu.

Sfila di fronte alle bocche e alle mani bramanti di centinaia di fan dopo l’uscita del suo ultimo holofilm, nel suo tailleur nero increspato di cristalli d’ossidiana brilla più di ogni altra stella nel firmamento dell’Holocinema, la pelle diafana in contrasto con i colori scuri ereditati dalla discendenza ispanica di Maracay la fanno sembrare ancora più “Vamp” nel modo di esprimere la propria femminilità dirompente, le bastano semplici sorrisi e qualche moina perfettamente studiata per provocare acclamazioni.

Miss Diaz rilascerà una dichiarazione sul film solo nel tardo pomeriggio signori.

Queste le uniche parole pronunciate in modo compassato dal manager di scarsa statura della donna, che affianca subito la sua protetta dopo aver placcato i giornalisti naturalmente aiutato da una coppia di guardie del corpo spesse come armadi a due ante.

Ancora un sorriso flemmatico, un leggero ammiccamento, un lento sbattere delle ciglia ed infine uno sfarfallio delle dita mentre passa oltre la soglia della Hall per poi sparire ammantata dal velo di riservatezza tipico degli alberghi a cinque stelle, fra le decorazioni argentate e nere incastonate nei muri bianco latte.

Steven, toglimi subito dalle palle quel branco di pesce cani, fai sgomberare la folla qui davanti prima che decida di giocare al tiro al piattello con le loro teste.

La voce – notoriamente suadente – di Savannah, stride con un’acidità naturalmente impregnata d’ostile risentimento, il bel collo sottile si piega per seguire i movimenti del capo ed esprimere con lo sguardo adirato di una pantera mai doma, tutto il proprio disappunto. I suoi occhi, ebano liquido, si fissano sul manager come se volesse disintegrarlo all’istante, tanto che questi per la paura nemmeno risponde, scivola indietro a dare ordini al corteo di guardie della donna, rimandandoli ad allontanare i curiosi e i reporter fuori dall’ingresso. Un paio di facchini si avvicinano alla Diva, raccogliendo con carrelli d’ottone placcato d’oro tutti i suoi numerosi bagagli, mentre una receptionist profusa in mille salamelecchi le consegna le chiavi della stanza 209, suite extralusso, naturalmente. Il modo in cui la mano affusolata di lei stacca di netto e con disgusto le chiavi dalle dita dell’onesta lavoratrice, lascia intendere tutto il fastidio che possa provare in quel gesto così semplice.

Nello stesso momento, poco prima che l’attrice faccia sistemare i bagagli nella propria camera insieme al suo esercito privato accompagnato ai piani inferiori, una donna dai capelli avvolti in un foulard dai colori tenui si infila nella porta di servizio fra la camera 206 e la 207, passando inosservata a causa della calca di personale che fa avanti e indietro per sopperire a tutte le necessità del caso.

Passano una decina di minuti, mentre gli uomini della scorta sono impegnati tre piani più sotto ad occuparsi di spedire via la calca di giornalisti come richiesto dall’attrice, dalla porticina esce quella che sembra in tutto e per tutto una cameriera, occhi nerissimi, capelli curati castano scuro celati appena da una cuffietta tipica delle domestiche delle strutture di lusso, fra le mani coperte da un paio di spessi guanti bianchi v’è un carrello con sopra un cestello per lo champagne, ricolmo naturalmente di ghiaccio tritato e di una pregiata bottiglia di bollicine provenienti da Berishan.

Un paio di colpi alla porta della camera 209, secchi.

Si?

Champagne, per la Diva.

Avanti.

L’arredamento ultra moderno e che viola ogni singola sfumatura della modestia, si apre di fronte agli occhi della presunta cameriera, che sebbene con una certa insicurezza dovuta all’interpretazione impeccabile del proprio ruolo, si fa coraggio nell’avanzare fra i divanetti, le ceramiche, i tavolini di giada e le decorazioni al limite dell’eccesso di sfarzo possibile, fino a giunge di fronte ad un ambiente anche più ampio e tempestato di preziosi in ogni dove.

Gli occhi si fissano sulla donna, bellissima e terribilmente annoiata, che con fare pigro socchiude gli occhi sollevando appena le sopracciglia dal disegno artificioso e curatissimo, ciccando via nel mentre parte della propria Ganesha in un bicchiere di cristallo, usato come posacenere. Non c’è nessun altro nella stanza.

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Lascialo pure lì e sparisci.

Ancora una volta tutta la decisione secca e asciutta di una vera Diva con poca voglia di sembrare anche soltanto garbata, i suoi modi stridono con le linee altrimenti dolci del viso. Lo sguardo si incupisce però, quando si accorge dell’espressione dell’altra e ne riconosce i lineamenti all’improvviso, sbianca divenendo della stessa tonalità del muro alle proprie spalle, la voce cambia drasticamente nell’esposizione, tanto repentina e sottile che nemmeno si riconosce paragonandola a quella di prima.

Rosemary io, io ti giuro non volevo andare via senza dir nulla, v-volevo avvisarti, sarei tornata te lo giuro…

Tenta di alzarsi dal divanetto con un rapido scivolare in avanti delle scarpe, ma prima ancora che riesca a lasciare andare la sigaretta, il punteruolo rompighiaccio le si conficca dritto fra le costole mosso da una mano tanto ferma e straordinariamente pesante nel calare il colpo, spezzandone il fiato e perforando nello stesso momento il polmone con un conseguente fiotto di sangue che si apre violento oltre la stoffa nera dell’abito, insieme al liquido biancastro contenuto all’interno dell’organo stesso.

Il bel volto della Diva si fa una maschera d’orrore in pochi istanti, la bocca spalancata in un grido senza voce, occhi strabuzzati che quasi schizzano fuori dalle orbite con umore vitreo spruzzato del rosso dei capillari esplosi, il rumore delle ossa incrinate dalla pressione dell’oggetto appuntito contro il proprio torace completa il tutto come il suono delicato dell’oboe in un concerto di strumenti a fiato, lama che scende sempre più nella carne con la punta che affonda impietosa cercando la fine di quelle membra molli.

Avresti dovuto pensarci due volte.

Nient’altro che quella singola frase a spezzare il silenzio ora venutosi a creare nella stanza.

Savannah Diaz agonizza disperata ancora per qualche secondo, fino a quando il punteruolo non le si conficca con un suono orrendamente viscido in un occhio, strappandolo via in malo modo nell’istante stesso in cui la mano estrae l’arma dall’incavo, mettendo fine al rantolio sommesso di questa. Le dita sotto la stoffa raggiungono il bulbo oculare e lo schiacciano sull’acciaio freddo, spremendolo via per poi gettarlo ai propri piedi con noncuranza.

Il carnefice osserva i propri guanti intrisi, umidi e ancora caldi della vita fuoriuscita dalle vene della donna, si dirige verso il muro lasciando che il corpo a terra a riempia di rosso il candore immacolato del pavimento, il sangue che scivola fra le fughe delle piastrelle, sulla parete rimane un unica testimonianza dell’accaduto, insieme naturalmente al corpo immobile della Diva.

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[…]

Agatha, Mashhad – 2516

Mel-Melina dì un po’, durante il tuo soggiorno a Cap City hai superato i tuoi problemi con gli scatti di gelosia?

Oh si, certamente.

– How Long? –

Pubblicato: 5 maggio 2014 in - Dedicated To... -
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Agatha, Mashhad – 2516

Com’è che ti chiami adesso?

Non ha nemmeno il tempo materiale di rendersi conto delle parole appena pronunciate da dentro la stanza, fa un passo in più oltre la soglia d’ingresso dello studio medico senza richiudere la porta, in viso l’espressione assorta e un po’ distante di sempre, illuminata da un bagliore nello sguardo che sonda con curiosa nostalgia la superficie leggermente impolverata dei mobili di legno d’acero, chiari, strutture per nulla asettiche, differenti da qualsiasi altro stabile simile abbia potuto vedere negli anni. Sorride con la solita diffidenza.

Immagino che Hershel ti abbia spiegato…

La voce femminile viene interrotta bruscamente prima che termini la frase, per quanto relativamente possa essere brusco il tono soffuso e pacato di Hyusseff, è chiaro che si tratti solo un intercalare rapido e incalzante, non di  una vera e propria mancanza.

Hershel non c’entra nulla. Sono cose che so da sempre, perché se non le sapessi non saprei fare il mio lavoro. Tutto qua.

Occhi delicatamente affusolati e scuri, con le stesse sfumature dolci del miele di castagno, sono incollati sopra l’edizione di una messa in stampa recente del “Five Suns Reports”.

Respira terribilmente piano, come se non ci fosse nulla in grado di turbarlo al mondo, il modo leggero in cui la sua cassa toracica si spande ad ogni fiato fa quasi credere egli non subisca affatto gli effetti della gravità, sembrando sempre sul punto di librarsi a mezz’aria per il solo desiderio di farlo con i propri pensieri, in costante agitazione sotto la testata di ricci scuri, tagliati ben più corti e radi di quanto non ricordasse la paziente che ora, dopo aver accostato la soglia con la maniglia d’ottone opaco, va a sedersi titubante nel divanetto di fronte alla poltrona dove l’attende il dottore.

Ancora Neoluddisti eh? Immagino che Lana Hartigan sia diventato il tuo pseudonimo preferito, per queste faccende.

A modo tuo, mi conosci meglio di chiunque altro. Sai quali sono i miei vizi.

Dipendenza da Tabacco, Alcool e Neoluddisti, una combinazione curiosa senza dubbio.

C’è un momento di silenzio imbarazzato, carico di una tensione palpabile, che proviene direttamente dalla stessa donna intenta a sistemarsi la gonna del tailleur con evidente nervosismo, accavallando le gambe in continuazione per cercare di scaricare quella sensazione spiacevole al suolo, attraverso i tacchi esagerati delle decoltè. Ci mette un po’ a convincersi, ma alla fine decide di stendersi sulla vecchia pelle ormai nuovamente familiare di quel divano. Quel singolo istante di tacita confusione viene interrotta dall’alzarsi graduale del capo moro di Hyusseff, questi abbandona il giornale portandolo lateralmente a se poco prima di alzare gli occhi al cielo con un sorriso luminoso dipinto in volto, buono e ironico allo stesso tempo, persino più alienante di ciò che comunicano gli occhi di lei.

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E’ bello vedere che hai almeno qualche certezza nella vita, Melanie-Melina.

Le parole di lui sono espresse in maniera così leggera, incastrate tanto armoniosamente nelle labbra sottili, sempre piegate nel sorriso di prima, che nemmeno la giornalista potrebbe mai effettivamente arrabbiarsi a ragion veduta con quell’uomo. La sta ancora guardando in viso, senza remora alcuna, quando decide di tendere le braccia verso di lei, all’improvviso, come ad accogliere una vecchia amica che non vede da tutta una vita, a differenza di ciò che farebbe con chiunque altro al mondo la reporter allunga le proprie dita incerte verso quelle più stabili e spesse del dottore, che con una carezza impercettibile va a saggiare con i polpastrelli i dorsi delle mani pallide di Melanie.

Conosco una donna che ti amerebbe a prima vista, Hyusseff, ma so che ti tradirebbe con la stessa velocità con la quale ti ha amato.

Il successivo cingersi alternato delle mani ha un che di particolarmente empatico per entrambi, sotteso a trasmettere calore reciproco e disinteressato da ambo le parti.

Hai trovato qualcuno col mio stesso problema dunque? Ti sei innamorata anche di lei?

Lo scatto con cui ritrae le mani successivamente la donna ha tutta la naturale fierezza rude che la contraddistingue, sa che lui non si arrabbierà nemmeno per quel gesto sgraziato e avventato, con il quale lo rifiuta il momento successivo averlo accettato, ritraendosi sulla poltrona. Da come si incupisce l’espressione di questa, Hyusseff ha modo di dare conferma alla propria teoria, e sebbene smetta di sorridere per un istante, il viso mantiene sempre le pieghe piacevoli della tranquillità, perfettamente mescolata con i lineamenti non troppo affilati del corer.

Non volevo offenderti, sai a cosa mi riferivo con “innamorata”.

Vivi della sua luce, come un tempo vivevi della mia, ricordo bene quanto odi l’infedeltà dei sentimenti, è forse l’unica cosa in cui ti senti veramente legata, quelle rare volte che ti concedi a qualcuno si intende.

Abbiamo concetti d’amore differenti, a dire il vero, io un concetto non ce l’ho e basta.

Sospiri del dottore che si susseguono accompagnati dalle occhiate sempre più sterili di lei, afflitta e spaventata e ancora troppo ostinata nella durezza del proprio sguardo per riuscire ad ammettere anche uno solo di quei sentimenti. Sembra voler parlare di qualcos’altro, ma stringe le labbra per evitare che anche una sola sillaba di troppo le sfugga senza controllo, ovviamente lui se ne accorge e reagisce istantaneamente come fosse colpito da una scossa elettrica a basso voltaggio.

Avanti… Sono due anni che non ti fai vedere, nemmeno una battuta sulla stempiatura? Sei qui per parlarmi della tua amica o di qualcos’altro? Di certo non sei qui per organizzarmi un appuntamento, quindi dimmi.

Ancora esitazione, incertezza evidente che si conclude con uno sfogo terminante in un profondo respiro.

Ho un nuovo terapeuta, a Cap City. Ci crederesti eh?

L’uomo sembra davvero colpito dall’affermazione, perché subito dopo, lei socchiude gli occhi scoppia a ridere di gusto per averlo detto, una risata così improvvisa e travolgente che si mette a ridere anche lui di conseguenza, senza una ragione, come accade pressoché ogni volta quando sono insieme.

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E chi è il povero martire questa volta? Dimmi che non gli hai già lanciato una scarpa, ti prego Mel.

Si chiama Abe, Abe Stone.

– Forge Ahead –

Pubblicato: 2 maggio 2014 in - Dedicated To... -
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Horyzon, Capital City – 2516

Un’occasione mancata si ripresenta, mentre non si può mai tornare indietro da un passo precipitoso.

Mani pallide stringono concitate le lenzuola, scostate di quando in quando in maniera quasi brutale, nulla più di uno strato leggero di stoffa rischiarato a tratti dall’illuminazione fioca che si proietta a fasce di luce ed ombra dall’esterno. Fianchi nudi che scivolano irrequieti sul materasso con i muscoli che si tendono e si agitano, il continuo lieve oscillare da una parte all’altra della figura sottile di una donna dall’incarnato chiaro, mescolata in uno strano connubio di forme ad un corpo assai più massiccio, scuro come il carbone e costellato da una quantità tale di cicatrici da ricordare il reticolo di una ragnatela.

C’è qualcosa di insipido nei rari contatti dei due volti messi a confronto, l’unione stessa – forse persino più rara – delle labbra che odorano ancora di Vodka è priva d’empatia, in contrapposizione al modo irrazionalmente passionale  in cui le carni si stringono e s’allontanano, lasciando addosso sensazioni conflittuali di desiderio e disgusto, mescolate a semplice noncuranza e strane stilettate di disinteresse palese o artefatto che sia, ha poca importanza una volta affogato fra i gemiti.

Unghie curate scorrono rabbiose lungo la schiena del moro, dita che tracciano solo strade senza svincoli e vicoli ciechi sulla quella pelle scura, bollente, che continua nonostante tutto a trasmettere freddezza apatica opposta al calore naturale del corpo in movimento. Ancora sibili a fior di labbra a riempire il silenzio della stanza, nessuna parola, solo respiri caldi e carne che freme sempre più inquieta e affamata.

Di certo non c’è sentimento in quell’intreccio di bianco e nero, questo lo sanno entrambi, i colori stessi delle pareti sono come assorbiti e spariscono durante l’amplesso di spiriti affini per vocazione, ma non per pensiero concreto.

Cigolio prolungato delle doghe e poi un momento di tacito assenso, sublimato dallo sguardo diretto e intenso di due occhi così cupi da mettere i brividi addosso, più di timore che non effettivamente d’altro nonostante il contesto. E’ un attimo, un istante solo in cui la bocca si dischiude affiorando alla luce, il profilo messo in mostra si rileva appena meno distante, è solo un impressione di finta fragilità ed emozione viscerale, il tutto si spegne poco dopo con il ritorno dell’inespressività facciale, accompagnato questa volta anche da quella corporea, che si ritira in fretta, senza concedere un contatto intimo di troppo.

Diversi minuti più tardi Melanie Bishop siede sul bordo del letto, ancora sveglia, passandosi le mani fra i capelli biondo platino, mentre cerca di focalizzare un punto nel muro di fronte a se, come se vi stesse visualizzando qualcosa, una risposta, una domanda, un segno di qualsivoglia genere per trovare l’energia che possa farla muovere. Si alza pigramente dal materasso, cercando di fare più piano possibile, non per volontà d’essere realmente garbata in qualche modo, ma più per evitare di svegliare il korolevita apparentemente assopito, che fa del proprio avambraccio disteso sul viso uno scudo, celando lo sguardo assente alla vista della reporter.

L’appartamento di Ivan Volkov è esattamente come appare lui a prima vista: Freddo, spartano, privo di dettagli significativi sulla propria vita.

I piedi nudi scivolano sul pavimento del bilocale spoglio con assoluta attenzione, si volta solo un momento verso il padrone di casa, vedendolo girarsi dall’altra parte, dandole la schiena, per poi voltarsi ancora, con un sonno a quanto pare non più semplice di quello abituale di lei, ancora una volta schermato dalle braccia che ne occultano parte del volto. Senza indugiare oltre torna a guardare la stanza, iniziando a vagare come un anima in pena per il secondo vano dell’appartamento, trascinando i propri passi il più lentamente possibile, occhi che sondano centimetro per centimetro il pavimento, il soffitto, i ripiani sgombri da qualsiasi suppellettile. Niente.

Poteva anche immaginarselo, in fondo, che difficilmente avrebbe trovato qualcosa di personale in quella casa.

Il korolevita lì non ci vive… E se ci vive lo fa sporadicamente, questa è la conclusione finale a cui giunge dopo un rapido giro di controllo di tutto il perimetro.

Lo deduce dal numero dei giornali in abbonamento impilati e abbandonati vicino all’ingresso, lo intuisce quando, raggiunta la cucina, apre sconsolata il frigo trovandolo vuoto di cibo e pieno di alcolici da quelli dozzinali a quelli da riserva, e con la tentazione che vibra sulla punta delle dita avvicina la mano alla Vodka di Koroleva, occhi che rapidi vanno ancora verso la camera da letto, ci ripensa, abbandona il collo di vetro e richiude la porta del frigorifero con un sospiro pesante.

E’ il rumore della pioggia a farla riprendere dall’intontimento, facendola voltare verso la finestra per andare a guardare fuori, scivola un movimento dietro l’altro per raggiungere il piccolo balcone affacciato su un mediocre panorama Capital City dove tutti o quasi stanno dormendo, invece di contare le gocce di pioggia come fa lei.

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Benché l’appartamento sia all’ultimo piano, la vista è smorzata da un altro edificio di uguale altezza, rendendo il tutto una visione non particolarmente interessante, rientra dentro dopo aver chiuso per bene la finestra, ancora una volta cercando di smorzare il rumore prodotto dal proprio barcamenarsi in tondo in quello spazio non suo, girando subito dopo su se stessa con aria colpevole al pari di un cane che ha tentato di afferrarsi da solo la coda.

Ritorna nella camera dove la sagoma scura del rimmer si confonde con le ombre proiettate dalle imposte delle finestre, si china verso di lui, lo guarda più a lungo forse di quanto non dovrebbe, senza rendersene conto si piega a tal punto che è costretta a scostarsi i capelli che – per forza di gravità – scivolano in avanti, rimettendoli dietro la schiena e poi sulla spalla opposta con un rapido cenno della mano. Esita un momento di troppo fissandolo, l’espressione assolutamente priva di sfumature emotive, lo sguardo alienato, si ritrae molto più in fretta di quanto non fosse avanzata, rifiutandosi di fare qualsiasi cosa le sia anche solo passato per l’anticamera del cervello.

Non passa molto prima che, senza dire nulla naturalmente, questa vada a rivestirsi in maniera decisamente più rapida rispetto a quando quegli stessi abiti, poche ore prima, se li era tolti.

Indugia per un minuto abbondante sulla soglia, recupera il proprio cappotto e guarda ancora indietro, niente nemmeno questa volta, non un saluto o un biglietto, semplicemente fissa inespressiva di fronte a se e scioglie le spalle con un respiro più profondo, prima di puntare il tacco fuori dalla linea che separa l’ingresso dal corridoio ed allontanarsi verso l’ascensore.

Ivan Volkov scosta il braccio dal proprio volto nel momento esatto in cui sente la porta chiudersi, rivelando uno sguardo assai più sveglio di quanto non dovrebbe essere.

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Berishan, Afghana – 2507

Il giardino dietro la casa di periferia è spoglio, invecchiato da un cielo cupo coperto di nuvole gravide di pioggia, un letto di foglie marroncine e  marcescenti copre gran parte della pavimentazione frammentata e le piastrelle di pietra grigia sbucano fuori a fatica fra di esse, il resto del terriccio fangoso si alterna di ciuffi d’erba seccata dall’estate e irrigata in maniera tardiva dalle troppe perturbazioni di Ottobre, mentre le radici nodose degli alberi appassiti spaccano il cemento intorno alle griglie rugginose del recinto bianco. L’aria è carica di umidità, le pozzanghere al suolo sono testimoni del violento temporale appena portato via dal forte vento.

Gli occhi cupi e naturalmente melanconici – neri come la notte – del nativo di Mashhad, scrutano guardinghi il giardino, controllando che le intemperie siano cessate e dunque che, infilando coraggiosamente fuori un piede dalla porta, non si venga investiti da un’altra ondata di maltempo improvviso. I suoi movimenti sono studiati, ma non per questo incerti, anche quando apre completamente la porta cigolante che da sul retro ricontrolla l’esterno, senza moti di paranoia o altro, semplicemente attento a quali mattonelle calpesta, cercando di non premere con troppo peso su quelle già crepate.

Non appena raggiunge l’esterno, la mano grande, callosa e vissuta come le tegole di una tettoia dopo anni di sole cocente, si allarga premendo le dita spesse sopra la porta, tenendola aperta più a lungo di quanto non gli serva davvero. Dalla penombra dell’appartamento sbuca fuori dopo una manciata abbondante di secondi una donna asciutta, fragile e con un sacco di ossa sporgenti, che non appena mette fuori la testa dall’ingresso posteriore viene investita da una folata di vento tale da far sbattere con forza contro il viso spigoloso i capelli color miele, sciolti in onde morbide che poco hanno a che fare con i ricci ben più ispidi del moro che l’osserva immobile.

Un rumore improvviso, qualcosa solca il cielo facendosi largo fra le nubi e il suono meccanico dello stesso attira i due, entrambi fissano gli occhi distrattamente su un elicottero che vola rapido a bassa quota poco oltre il tetto delle palazzine a schiera. Abbassano la testa solo quando lo sfarfallio concitato delle pale si allontana.

Come è governato il mondo e come cominciano le guerre Patricia? I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti e poi credono a ciò che leggono.

La voce di Hershel Nasser Suahlid ha la stessa delicatezza che potrebbe avere un pugno alla bocca dello stomaco, non c’è niente delle sue origini che permei quel tono così morbido negli accenti tipici di Agatha quanto duro nel modo in cui viene espresso, totalmente discordante con ciò che sembra e che dovrebbe essere, perfettamente in linea con il padrone di quelle parole spicce, infastidite in un certo senso.

Non giunge alcuna risposta alle sue orecchie, solo il capo della donna che si abbassa verso il selciato e una leggera alzata di spalle, dopo di esso uno sguardo che risale arrampicandosi lemme sul viso dell’interlocutore, senza mai fermarsi davvero a guardarlo per più di un istante.

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Preferisci rientrare?

Questa volta il tono si ammorbidisce appena, colorato da un sorriso così tiepido da sembrare surreale, invisibile per un occhio non allenato come quello di lei, che si limita a scrollare la testa in segno di diniego, sempre lentamente e con poca convinzione. Lui sospira mestamente, rassegnato, chiude la porta alle loro spalle.

Quello che accade dopo avviene in maniera totalmente inaspettata, le mani della donna si avvolgono piano, come nastri sottili appena scossi dalla brezza, intorno al braccio massiccio dell’uomo, trovandovi supporto stabile per muovere un paio di passi in avanti, accompagnata naturalmetne da lui che, pur colto alla sprovvista, l’aiuta ad incedere lungo il pianerottolo esterno, scendendo poi per le scalette che conducono al giardino.

Potrebbe non sembrare così… Ma mi dispiace.

Nulla più che un sussurro, docile, che esterna una fragilità così evidente da spaccare letteralmente in due il cuore di lui, come se stesse premendo il coltello sul burro. Eppure sul viso dell’uomo di Agatha non v’è una singola smorfia, non un sussulto, se non gli occhi che si muovono rapidi e inquieti sondando il viso della donna, preoccupati in un certo senso, allarmati da così tanta “intimità” nei gesti di questa, palesando tutta la propria agitazione senza la necessità i muovere nemmeno un muscolo, né cambiando la propria posizione statica a metà fra l’ultimo gradino e il pavimento.

La situazione è sempre questa. Lo so io, lo sai tu, non c’è bisogno di discuterne oltre.

Ancora una volta la voce scura dell’uomo sprofonda di un paio di ottave quando rivolta a lei, che lo ascolta continuando a premere delicatamente le mani sulla stoffa della sua maglia, saggiando con i polpastrelli la consistenza dei muscoli sotto il sottile strato di vestiario, quasi stesse cercando qualcosa che fra nervi, carne e sangue, non riesce a trovare se non continuando ad indagare, discreta e nuovamente silenziosa adesso.

Nell’avanzare lui non si stringe mai né pensa di muoversi per far si che i corpi possano aderire anche solo per un secondo, per tutto il tempo rimangono distanti seppur vicini fisicamente, gli sguardi diametralmente opposti, quello di lei a fissare il selciato rovinato, quello di lui a squadrare con poca attenzione il cielo, sempre più adombrato dalla tempesta che ritorna ad affiorare fra le antenne – incastrate sulle tettoie – delle holovisioni.

Il silenzio di lei è sempre più pesante, col passare dei minuti e l’azarsi del vento graduale, lo diviene anche di più, mentre i pochi alberi sempre verdi che scrollano le cime in tumulto riempiono l’aria al posto delle parole mancanti fra i due, c’è un momento di rottura nel quale il braccio dell’uomo fa mancare il suo sostegno, ritraendosi quasi violentemente da una parte, indetreggiando con la scortesia di qualcuno che, per qualche ragione, ha l’aria ferita.

C’è un limite anche a quello che io posso sopportare da te, Patricia.

La discussione, l’ennesima, inizia sempre così, con la parola sbagliata al momento sbagliato, con l’esitazione eccessiva nell’istante meno opportuno.

Posso tollerare i tuoi scatti di nervosismo, le tue paranoie più o meno giustificate, la marea di cazzate che mi racconti ogni volta da quando ti ho trovato con la schiena macellata in quella camera d’albergo.

Tutto Patriscia ho accettato tutto quello che mi hai rifilato da un anno a questa parte, ma non posso davvero non posso sopportare il tuo silenzio ipocrita. No, questo no.

Nonostante le sue parole siano dure come l’acciaio, rabbiose nel modo di venir esposte, non c’è una sinola emozione che solchi il suo volto, non una piega delle labbra, non uno sguardo incerto, sembra quasi non stia nemmeno discutendo, esattamente come fa per ogni altra cosa, ne parla quasi stesse guardando la scena dall’esterno e non fosse lui realmente coinvolto in ciò che accade.

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A questo punto… O me ne vado io o te ne vai tu.

Nemmeno il tempo di dirlo, la donna gira i tacchi e si avvia verso la porta ancora una volta in maniera più che silenziosa, ritirandosi al secondo piano con tutta la calma del mondo, per andare a preparare le proprie cose.

Quel che rimane di lui è l’ennesima speranza infranta, gli occhi che parlano da soli e il resto che rimane muto a contemplare la scena, immobile, con i muscoli contratti al punto, che manca poco a farli esplodere. La mano destra si infila nella tasca dei pantaloni, cerca qualcosa ed estrae un piccolo anello di metallo grezzo, nero, guardando i riflessi opalescenti della madreperla incastonata in rettangoli di gemma sopra la superficie dello stesso.

Sospira piano, tutto ciò che di empatico concede al mondo, lo sguardo assente si fissa sulla finestra del secondo piano dove lei sta già svuotando gli armadi, l’intravede appena muoversi all’interno, per metà celata dalle tende.

Sapevo che alla fine avresti scelto così.